La nomina dei blogger a “giornalisti della Rete”!
Qualche post fa avevo esposto una riflessione riguardo al “caso blornalismo”. A quanto pare non si tratta soltanto di un’idea astratta, bensì di una realtà concreta: è stato il Premio Ischia Internazionale di Giornalismo a permettere che ciò potesse divenire reale.
In occasione della XXX edizione (che andrà in onda il 16 Luglio alle ore 23 su Rai Uno), infatti, la Fondazione Premio Ischia ha voluto “istituire un premio dedicato ai Blog e votato dalla Rete“. Alla cerimonia di consegna parteciperanno, oltre ai numerosi giornalisti italiani, anche Arianna Huffington, David Grosmann, Peter Sthotart e Jean Daniel.
Riporto, a questo proposito, il post di Guglielmo Rubini, utente della comunità Mytech:
«Un piccolo spartiacque nella storia digitale del nostro paese: per la prima volta un importante premio giornalistico apre una sezione dedicata ai blogger.
Un “riconoscimento” che fino a poco tempo fa sarebbe stato impensabile, considerati i sospetti e le reciproche diffidenze tra mondo professionale dell’informazione e quello “amatoriale” online. A rompere il ghiaccio ci ha pensato un’istituzione storica come il Premio Ischia Internazionale di Giornalismo, che in passato è stato assegnato a personalità di rilievo internazionale, come Timothy Gartnon Ash, Indro Montanelli, Candido Cannavò (qui l’Albo d’Oro).
Non a caso l’apertura ai blogger arrivo proprio nell’anno in cui il più famoso premio della categoria (il Pulitzer Prize) ha per la prima volta ammesso anche le fonti online per le nomination. Alla fine nessuna testata statunitense è riuscita a conquistare l’ambito trofeo, ma nei prossimi anni certamente non mancherà l’occasione. Rispetto al Pulitzer, il Premio Ischia ha preferito andare ancora oltre, aprendo una sezione dedicata esclusivamente ai blog. E così riconoscendo come, in mezzo a tanto rumore di fondo e chiacchiericcio inutile, ormai si possono trovare anche buone “notizie” nei vecchi diari personali.
Anche perché, sottolinea lo studioso Giuseppe Granieri, i blog “sono stati depurati da tutto ciò per cui li usavamo in assenza di alternative (contenuti relazionali, chat asincrone, manutenzione delle relazioni) e semplicemente assecondano la loro vocazione più forte: la pubblicazione di contenuti editorializzati“.
Un dato, questo, che emergeva anche dall’ultimo State of the Blogosphere di Technorati.
Le candidature del Premio Ischia possono essere votate online fino al 25 giugno 2009.
La mia preferenza è andata a Blackcat, di cui (vi abbiamo già parlato su MyTech). Anche perché il suo caso è stata un’ottima dimostrazione di come, grazie al supporto degli altri utenti, una notizia che difficilmente avrebbe trovato spazio (e visibilità) sulla stampa tradizionale, oggi può emergere.»
Una svolta epocale dunque per tutti i giornalisti amatoriali della Rete, che per la prima volta vedono elevati i loro blog al pari dei giornali tradizionali.
I concetti di blornale e di blornalismo, quindi, cominciano a farsi strada nel tanto aggrovigliato mondo di Internet e anche, fattore rilevante, nel mondo reale.
Neologismi e parole che tornano. Così evolve il nostro linguaggio
In tema di neologismi esistono pareri contrastanti. Alcuni, quali l’Accademia della Crusca, si adoperano per mantenere “pura” la lingua italiana, altri, come come Luigi Romani (caporedattore del Vocabolario Treccani), reputano invece normale e anzi benefico per la lingua la nascita di nuovi termini, nonché l’influenza di altre lingue.
Ecco cosa ne pensa Luigi Romani:
Spulciando tra i fatti e i mezzi di comunicazione, il Vocabolario Treccani
rileva e archivia ogni mese circa 200 termini: alcuni effimeri, altri restano
L’italiano cresce con influenze dall’estero, ma anche con novità
dettate dalla cronaca, dalla politica e dal costume nostrani
di LUIGI ROMANI caporedattore del Vocabolario Treccani
Spesso, parlando di neologismi, si tende a circoscrivere l’ambito della questione alla diffusione delle parole straniere nell’italiano, con particolare attenzione a quelle angloamericane, più o meno adattate alle regole della nostra lingua – come editare e shiftare o sciftare, nel gergo dell’informatica – o del tutto immutate rispetto alla lingua di provenienza – come dealer e shopper.
La preoccupazione, però, che nel contatto con le altre lingue l’italiano possa perdere la sua originaria purezza sembra essere largamente infondata: anche nel caso dell’inglese, infatti, l’influenza esercitata sull’italiano riguarda per lo più il lessico, e spesso in modo transitorio, e non gli aspetti strutturali della lingua (fonetici, morfologici e sintattici). Inoltre, il vocabolario di una lingua si accresce non solo grazie all’apporto delle lingue straniere ma anche, e soprattutto, grazie alla creazione di parole nuove formate con materiale lessicale preesistente secondo le tradizionali regole di formazione.
In questo modo nascono molte delle nuove parole dell’italiano contemporaneo, spesso destinate a una vita effimera, come i numerosi derivati in – ista diffusi dalla stampa periodica e quotidiana (afascista, altermondialista, anarco-insurrezionalista, antibiologicista, antieuropeista, antifazista, antipartitista, apparatista, auditelista, baathista, buonsensista, capitalcomunista, casaliberista, cattopacifista, cieco-pacifista, codista, commonista, concertista, conciliarista, correntonista, cristianista, crociato-sionista, crudista, dalemista, discontinuista, europrotagonista, fantascientista, giravoltista, jihadista, kerrista, legicentrista, malpancista, margheritista, mediattivista, multilateralista, oltrista, paciguerrista, puccipuccista, retroscenista, ritirista, scontrista, senilista, sfondista, socialpacifista, terzista, ultraeuropeista, zapaterista) o come diversi recenti composti con euro- (euroapatia, eurobarometro, eurobbligazionario, eurobufala, euroburocrazia, eurocamera, eurociofeca, eurocontagio, eurocosmetizzato, eurocretinata, euroentusiasmo, euroentusiasta, euroesercito, eurofanatico, eurofischio, eurofobia, eurofrottola, eurofusione, eurogruppo, euroironico, euromassone, euromelassa, europessimismo, europpositore, eurortodosso, eurosalvadanaio, eurotiepidezza, eurotiepido).
Allo scopo di offrire un osservatorio costantemente aggiornato sui mutamenti dell’italiano d’oggi, l’Istituto della Enciclopedia Italiana mette a disposizione sul suo sito web, nell’area linguistica (Lingua e linguaggi http://www.treccani.it/site/lingua_linguaggi/index. htm), le schede lessicografiche raccolte spogliando le più svariate fonti, con particolare attenzione alla stampa (periodici e quotidiani) e ai mezzi di comunicazione di massa (radio, televisione, Internet e nuovi media); l’archivio viene incrementato di circa 200 nuove schede ogni mese. Le parole elencate appena sopra fanno, appunto, parte degli “spogli” 2005.
La selezione delle parole/espressioni da sottoporre a sondaggio attinge in parte al repertorio dei neologismi veri e propri (come nel caso di PACS o di phishing) e in parte al più ampio serbatoio di termini che i fatti di cronaca o comunque di attualità hanno portato con forza in primo piano nel periodo di riferimento (come nel caso di fuoco amico, a marzo, in relazione alla morte di Nicola Calipari, o di conclave ad aprile).
(15 dicembre 2005)
Social network e realtà a confronto
Non c’è da stupirsi se si sente parlare sempre più spesso di social network. Quotidianamente mi capita di sentire, anche casualmente mentre passeggio per la strada, argomenti riguardo facebook o myspace o twitter e quant’altro. Comunque sia, Facebook è sempre in cima alle classifiche per quanto riguarda la frequenza del suo uso.
Internet fa anche moda, e alcuni siti web o programmi determinano gli ultimi trend tra gli adolescenti – soprattutto. Ricordo che fino a qualche mese fa si parlava tanto e soprattutto di Badoo: un social network nato per condividere on line fotografie personali. Badoo offre anche l’opportunità di lasciare commenti e di assegnare addirittura una votazione (da uno a dieci) sulle foto di altri utenti registrati.
Con l’accrescersi di Facebook, la frequenza dell’uso di Badoo è progressivamente diminuita: l’uno ha acquisito popolarità, l’altro l’ha persa: una vera e propria moda.
Ad ogni modo, il massiccio utilizzo di tali piattaforme sulla Rete sta determinando una vera e propria, ma inconsapevole dipendenza: l’utente di Internet si lascia coinvolgere nell’affascinante meccanismo dei social network, nei quali diventa protagonista di discussioni, giochi, commenti e quiz. L’apparente innocenza di tale gioco, però, mette in serio pericolo la partecipazione alla realtà del mondo esterno (da notare che il mondo reale diventa “esterno”).
Tale riflessione è eccellentemente riprodotta dal video postato da un blogger di WordPress (яe@l), del quale condivido la pagina contenente un simpaticissimo video a cartone animato riguardante i social network e la vita reale.
Opinioni di un blogger
Ecco cosa pensa blogaprogetto su due tra i neologismi “più odiati” su Internet: blooks e folksonomia:
Per “blooks” non si intendono altro che quei libri derivati da un blog (o da un sito web più in genere); “folksonomia” invece è strettamente legata al nuovo concetto sociale del web ed è spiegata da corriere.it come “un’espressione che sta a indicare una modalità di categorizzazione, utilizzata da gruppi di persone al fine di organizzare in categorie le informazioni disponibili nell’Internet, attraverso l’uso di parole chiave scelte liberamente”. Praticamente la giornalista non ha fatto altro che copiare, rielaborando un attimino, la definizione di Wikipedia; in più l’articolo pompa questa parola come se fosse usata da ogni utente di Internet…in realtà, se ho capito bene, questa categorizzazione basterebbe semplicemente riassumerla coi “tag” o con la parola…categorie. Non era poi così difficile.
Blog e informazione: si può parlare di “blornalismo”?
E’ proprio vero che ogni settore ha una terminologia a sé stante, specialistica per la sua sfera di interessi. Fino ad ora mi avevano stupito i termini medici, caratteristici per la loro complessità e per il loro legame con il greco e il latino, ma oggi torno a ricredermi se penso al potenziale linguistico-concettuale della webbosfera: basta sfogliare le pagine di Internet o leggere alcuni blog per rendersi conto che le nuove entrate sono tante e in continuo aumento.
Blornale è un termine che ho scoperto oggi, leggendo gli articoli del blog di Dario Bonacina, tecnico informatico che si occupa di sistemi informativi e di telecomunicazioni.
Credevo mi sarebbe risultato piuttosto difficile trovare su Internet notizie e informazioni relative al tema dei neologismi informatici, ma le mie ricerche mi stanno dando risultati soddisfacenti: la Rete offre un’infinità di servizi e informazioni utili per svariati ambiti di interesse.
L’informazione passa ormai prevalentemente attraverso Internet: è on line che si reperisce il materiale per ricerche o per tenersi aggiornati sugli sviluppi della società contemporanea.
I Blog costituiscono una valida alternativa all’informazione “convenzionale” che si avvale dei tradizionali media per arrivare al pubblico. La loro immediata fruibilità, il loro carattere soggettivo e individuale (chiunque può scrivere un articolo e pubblicarlo on line) li rendono unici nel loro genere. Affascinante l’idea del tutti-possono-fare-notizia, che dà un senso di svincolamento dal “monopolio dell’informazione”, oggetto di tante lamentele dagli italiani.
Sui blog si può fruire di un’informazione libera, ed è grazie ad Internet che questo è possibile.
Dal blog di Dario Bonacina, ad esempio, si possono reperire informazioni utili relative all’ambito informatico: contiene riflessioni, notizie, recensioni sulle nuove proposte della tecnologia informatica, e i relativi video visualizzabili direttamente nella stessa pagina. Senza dubbio molto interessante per chi si occupa di informatica. Consigliata la lettura.
“Dolce Stil Web”: la letteratura contemporanea e Internet
“Ogni epoca raccoglie ciò che semina” – scrive Pino Bruno, giornalista della Rai che da anni si occupa di Rete, nella prefazione del suo libro Dolce Stil Web. Già il titolo è un chiaro riferimento alla tradizione letteraria italiana, di quel Dolce Stil che nel tredicesimo secolo diede un’impronta decisiva allo sviluppo della nostra lingua.
Da allora molte cose – ovviamente – sono cambiate. Rientra nel naturale corso di una lingua l’evolversi e inglobare nuovi termini, adattare morfologicamente nonché foneticamente lemmi stranieri, prenderne in prestito altri da lingue più o meno vicine o invece perderne alcuni, che magari sono stati rimpiazzati da parole più rispondenti delle necessità dell’epoca storica.
Come sempre ha fatto, la letteratura si rende testimone della società e della sua evoluzione, ne riporta il pensiero e l’ideologia, la cultura e la lingua. Fondamentale è attingere alla letteratura di un dato periodo storico per comprenderne in pieno i meccanismi e le regole interne: essa è la spettatrice partecipante per eccellenza, specchio della società.
C’è stata l’epoca dell’illuminismo, quella del romanticismo, quella del positivismo, o ancora del decadentismo (e tante altre)… La nostra è l’epoca dell’informatica, e un libro come quello di Pino Bruno ci dà l’idea della portata del fenomeno. Ancora una volta la letteratura si adatta alla sua cultura contemporanea, e questo ci porta a realizzare in pieno che la nostra è l’era di Internet e del plurilinguismo. Noi ne siamo in testimoni e al contempo gli attori principali.
Pizzini, Dico e “downloadare”. Così cambia la lingua italiana
Presentata a Roma l’edizione 2008 del dizionario Devoto-Oli
Tra le circa 700 nuove voci anche “cuneo fiscale” e “Gay Pride”

ROMA - Ci sono i celebri “pizzini” di Bernardo Provenzano, il “Gay pride” e persino i recentissimi “Dico”. La lingua italiana cambia e nuove voci fanno il loro ingresso nel vocabolario. A promuovere ufficialmente questi ed altri 700 neologismi è l’edizione 2008 del dizionario Devoto-Oli, presentata oggi a Roma nella sede centrale della Dante Alighieri. Ne emergono il ritratto di una società che si trasforma ed anche alcune sorprese.
Molte delle novità presenti tra le 150mila definizioni del volume, edito da Le Monnier e composto da 3.232 pagine, hanno avuto origine nel mondo dei mass media. “I mezzi di comunicazione di massa coniano e diffondono nuovi termini – dice lo storico della lingua italiana Luca Serianni, che ha curato la nuova edizione insieme al docente di Lessicografia e lessicologia italiana Maurizio Trifone – Ovviamente non è poi detto che ogni parola entri stabilmente nell’uso quotidiano dei parlanti, però il loro ruolo è importantissimo”.
Un’altra inesauribile fonte di neologismi è il mondo dei computer. L’informatica ha generato molte parole, spesso ispirate all’inglese, che sono utilizzate comunemente da un numero significativo di persone. Tra i termini entrati nel vocabolario si segnalano ad esempio “bannare” (vietare l’accesso a un utente), “downloadare” (scaricare un file da una rete) e “defacciare” (modificare illecitamente parti di un sito web).
La selezione delle voci ha seguito regole ben precise. “In genere, per essere inserito in un dizionario, un neologismo deve superare un periodo di quarantena in cui si verifica la sua effettiva circolazione – spiega Luca Serianni – Questo vale per le parole nuove come carcerizzare (un modo critico di indicare la punizione con il carcere) e anche per gli usi innovativi di termini già esistenti come cuneo, che ora è impiegato anche parlando di cuneo fiscale”.
Talvolta alcuni degli inserimenti sono stati imposti dalla cronaca. È ad esempio il caso dei Dico, presenti anche se il loro futuro è legato alle decisioni del Parlamento. “Un vocabolario che esce oggi deve contenere anche questa voce – prosegue il curatore del dizionario – Non sappiamo se rimarrà anche nei prossimi anni, ma ha mostrato grande vitalità e manterrà comunque un interesse storico”.
Anche il termine “pizzino”, divenuto un tormentone dopo la cattura del boss Bernardo Provenzano, è stato accettato per la sua improvvisa diffusione. “E’ una parola di cui si parla molto – continua Luca Serianni – Meritava di essere inserito, anche perché il suo significato non è immediatamente comprensibile”.
Non mancano, poi, le nuove voci meno note. Da “acido abscissico” (un ormone vegetale) a “crossmediale” (che opera su più media), sono molti i neologismi ugualmente importanti ma sconosciuti a molti italiani. Per chiarire di cosa si tratta, in questi casi, sarà fondamentale consultare il dizionario. Uno strumento che, del resto, ha da sempre come compito principale spiegare il significato delle parole.
(15 maggio 2007)
Troppe nozioni, pochi pensieri. “Google ci fa diventare più stupidi”
Molti studiosi di varie materie ritengono che sia diminuita la loro
capacità di apprendimento: “Siamo diventati meri decodificatori”
di PAOLO PONTONIERE
SAN FRANCISCO – Che Google ci stia facendo diventare tutti più stupidi? Pensiero imbarazzante, domanda controversa. Mormorata a mezza bocca da più di un ricercatore ma mai formulata esplicitamente, la tesi è stata avanzata di recente da una storia di copertina del mensile The Atlantic Monthly, uno dei maggiori periodici progressisti statunitensi ed ha immediatamente fatto il giro delle prime pagine dei media americani.
Ripresa tra gli altri dal Washington Post, dal rotocalco online News. com di CNet e da ValleyWag, la si potrebbe definire (parafrasando una delle metafore formulate da Nicholas Carr, autore dell’articolo), una sorta di ‘Sindrome di 2001 Odissea nello Spazio’. I lettori familiari con il film di Stanley Kubrick ricorderanno che Dave Bowman, astronauta e protagonista della storia, verso la fine del film stacca i contatti di HAL, il supercomputer che controllava la nave spaziale sulla quale viaggiava con i suoi colleghi. Bowman si era appena salvato da un attentato orchestrato dallo stesso HAL e i suoi compagni di avventura erano tutti morti. “Dave fermati”, invocava HAL, cercando di convincere un Bowman mortalmente determinato a metterlo fuori uso. “Ti puoi fermare Dave?… Ti puoi fermare?… La mia mente se ne sta andando, Dave”, concludeva fiocamente HAL.
Nel suo articolo Carr, che è anche autore di “The Big Switch”, “Our New Digital Destiny”, “Rewiring the World from Edison to Google”, confessa di sentirsi proprio come HAL. Che il suo avere sempre a portata di polpastrello tutto lo scibile umano, un sapere che per raccoglierlo una volta gli ci sarebbero voluti anni di ricerca, sta in qualche modo compromettendo la sua capacità di pensare e di criticare. E per sua sorpresa ha scoperto di non essere l’unico a sentirsi in questa maniera. Docenti Universitari, giornalisti, muscisti anche medici gli hanno scritto a decine confessandogli di non riuscire più a leggere un libro, di scorrere solo tra le righe di un articolo e di essere difficilmente in grado di andare al di la del secondo o terzo paragrafo di un blog, non importa quanto bene o male questo si stato scritto.
E’ come se per queste persone il sapere fosse improvvisamente diventato un universo a due dimensioni. Immenso lungo gli assi orizzontale e verticale ma senza profondità. Perché l’altro dato preoccupante che li accomuna è l’incapacità di assorbire concetti complessi e teorie evolute, se non nella forma di piccoli frammenti per volta, nella forma cioè di piccole manciate di bit.
La conferma che il suo sospetto fosse fondato, che l’uso costante dell’Internet e di Google stesse riconfigurando in qualche maniera l’assetto neuronale del cervello dei webnauti, Carr lo ha trovato in una serie di ricerche. Una della University College London.
Di durata quinquennale e condotta sugli utenti online della British Library e quelli di un consorzio di istituzioni educative inglesi, la ricerca Britannica denota che gli user non leggono i materiali in una maniera tradizionale. Che una nuova forma di lettura sta emergendo e che è fatta dal veloce scorrimento orizzontale degli articoli alla ricerca di parole chiave. “Pare quasi che vadano in linea per evitare di leggere”, concludono i ricercatori inglesi. Un’altra fu condotta un paio di anni fa dal mensile scientifico Discover e stabilì che le e-mail riescono ad anestetizzare il cervello in maniera più profonda di quella della marijuana.
Marianne Wolf, una psicologa evolutiva della Tuft University e autrice di “Proust and the Squid: The Story and Science of the Reading Brain”, ritiene che noi non siamo solo quello che leggiamo ma “siamo come leggiamo”.
Secondo la Wolf, Internet pone l’efficienza e l’immediatezza al di sopra di qualsiasi altra cosa, indebolendo di conseguenza la nostra capacità di leggere profondamente, come facevamo invece quando la carta stampata aveva fatto delle opere letterarie prodotti di largo consumo tra i lettori di tutti gli strati sociali. “Siamo diventati meri decodificatori di informazioni”, conclude la Wolf.
Per quelli che tendono a liquidare la tesi di The Atlantic in maniera sommaria, classificandola come sospetto vecchio e mai provato, Carr indica uno studio di James Olds, professore di neuroscienza e direttore del Karsnow institute for Advanced Study della George Mason University. Olds sostiene che il cervello adulto è molto malleabile. Fino a pochi anni fa si pensava che le connessioni neuronali delle persone fossero tutte stabilite tutte durante l’infanzia e che rimanessero immutate nel corso della vita, adesso abbiamo le prove che i neuroni rompono continuamente le vecchie connessioni per formarne delle nuove. “Il cervello” asserisce Olds, “ha la capacità di riprogrammarsi al volo, modificando la maniera in cui funziona”.
Così Carr fa notare che se si coniuga questo postulato con quello formulato da Daniel Bell, sociologo della Harvard University, si deve concludere che in breve finiremo tutti col pensare come Google, conversare come le e-mail e parlare come Twitter. Secondo Bell le persone finiscono inevitabilmente con l’assumere le qualità delle tecnolgie intellettuali che utilizzano. Le tecnologie intellettuali sono quelle che, come fa l’internet, estendono le nostre capacità mentali ma non quelle fisiche.
La prova che questo possa veramente avvenire? Carr la trova nel carteggio che correva tra Friedrich Nietzsche e un suo amico compositore. Oramai vecchio e debole di vista, Nietzsche acquista una macchina per scivere. All’amico che gli fa notare che questa sta cambiando il suo stile Nietzsche risponde: “E’ vero, gli strumenti con i quali scriviamo prendono parte alla formazione dei nostri pensieri”. La prosa di Nietzsche era passata dalla retorica allo stile telegrafico, dagli argomenti agli aforismi e dal ragionamento alla battuta.
(27 giugno 2008)
Neologismi Informatici
E’ affascinante e al contempo allarmante per la nostra lingua la massiccia presenza e utilizzo di termini informatici di origine inglese.
Se si effettua l’accesso a Facebook, una delle parole più usate è tag (=indicare, evidenziare, da cui taggare);
se si parla con un collega di università, è molto facile sentirgli dire ho loggato (=ho effettuato l’accesso, da log in);
se si naviga in in sito web italiano, con molta probabilità si troverà il termine download e non scarica, come sarebbe giusto che fosse;
se si sfoglia tra le pagine di una rivista, informatica o non, in riferimento a una persona che trascorre molto tempo al computer piuttosto che nella vita reale, si leggerà nerd;
se si sta conversando con degli amici su Internet, si dice che si sta chattando (da chat=chiacchierare).
Per non parlare poi di termini di uso comune che non hanno traduzione in italiano, quali il famigerato computer, o webcam, o mouse, o hardware…
Ma allora che sta succedendo? La lingua italiana è in pericolo? E noi italiani siamo favorevoli alla dipendenza della nostra lingua da quella inglese?
Di sicuro si tratta di un processo inevitabile, essendo esso un fenomeno linguistico spontaneo che rientra nell’ambito dell’evoluzione linguistica.
Affascinato e preoccupato da tale fenomeno, mi sono imposto il compito di monitorare l’evoluzione della lingua italiana in questi termini, analizzando le nuove entrate inglesi, con particolare attenzione a quelle dell’ambito informatico.
A tale proposito ho creato un gruppo su Facebook, il luogo di ritrovo virtuale dei “navigatori” del XXI secolo, nel quale prolifera copiosamente la nuova terminologia informatica.
Ho anche trovato un dizionario online che fornisce la spiegazione dei termini informatici.
L’innovazione dei wiki
L’era dei computer è sempre stata caratterizzata da un susseguirsi di novità, aggiornamenti, innovazioni, nonché di fonti utili al fruitore, alle sue ricerche e al suo lavoro – o alla sua voglia di svagarsi in rete. Versioni costantemente aggiornate di giochi e applicazioni, evoluzioni di siti di intrattenimento e di informazione sono oggi all’0rdine del giorno.
Sempre più spesso si sente parlare di web 2.0, considerato l’evoluzione del web 1.0. La novità sta sostanzialmente nel fatto che, mentre nella prima “versione” del web l’informazione era unilaterale – il gestore del sito pubblicava il proprio lavoro e l’utente semplicemente ne fruiva, il web 2.0 è costituito da contenuti bilaterali: il fruitore del sito non soltanto attinge all’informazione, ma può anche metterci del proprio, può parteciparvi. Questo fatto comporta un’importantissima novità nella webbosfera: chiunque può creare, aggiungere, farsi protagonista della vita virtuale. Spesse volte non sono nemmeno richieste nozioni di linguaggio HTML o conoscenze tecniche di un certo livello; ciò che conta è avere un’idea e condividerla in rete. Questo è lo spirito dei cosiddetti wiki: semplici siti web nei quali è possibile aggiungere, modificare, eliminare informazioni alle quali si è attinti o che si ha intenzione di creare.
Non c’è strumento che meglio delle wiki rappresenti la novità del web 2.0: qualsiasi utente può (da anonimo, o più spesso da utente registrato) aggiungere, cambiare o cancellare ciò che un’altra persona prima di lui aveva scritto. Ovviamente le informazioni inserite vengono sottoposte a verifica, e viene accertata anche la loro attendibilità. Un wiki non è necessariamente una pagina web contenente informazioni di diverso tipo: esistono wiki volti alla documentazione, all’educazione, alla formazione, a progetti collaborativi, ma anche a community online che mirano a raggruppare intorno a un argomento persone con interessi comuni – persone che possono anche conoscersi e incontrarsi.
Esistono diversi software wiki disponibili su Internet (DokuWiki, MediaWiki, tikiwiki, Wikiartpedia, Wikipedia), ma il più grande e più importante, nonché il più fruito è il celebre Wikipedia.
Wikipedia è un enorme database di portata gigantesca. In esso vengono aggiunti e modificati articoli contenenti argomenti di ogni specie. La revisione è costante, ma non mancano – come per gli altri wiki – atti di vandalismo da parte dei cosiddetti “WikiGremlin”: utenti che apportano modifiche con lo scopo di creare disordine e confusione tra i fruitori dei wiki.
Fortunatamente è facile per gli amministratori eliminare il “disturbo” e ripristinare la versione precedente alla dannosa modifica, ma va da sé che un costante controllo è necessariamente richiesto.
Accanto ai WikiGremlin si sono sviluppate anche figure positive, quali WikiGnome e WikiFairy: i primi apportano piccole modifiche correttive, restando spesse volte anonimi; i secondi abbelliscono la grafica con qualche accorgimento.
Operare in un wiki è di estrema facilità, e ciò permette a chiunque di arricchire i database di informazioni online senza essere un esperto di computer. Fattore rilevante è la caratteristica del multilinguismo di un wiki: la stessa pagina contiene le stesse informazioni in più lingue, compresi i dialetti. Ciò rende stimolante e divertente la navigazione e la fruizione dei contenuti. Altro strumento utile in un wiki è il motore di ricerca interno, che permette un facile e diretto accesso all’informazione richiesta.
Da notare inoltre è la possibilità di creare wiki personali. Ciò è possibile grazie alle numerose wiki-farm presenti in rete, dove sono presenti anche wiki personali. Si può dare uno sguardo consultando la più grande wiki-farm del momento: Wikia.
Questo è uno strumento caratteristico del web 2.0. Chissà che cosa ci riserverà il tanto attesto web 3.0, altrimenti detto “semantic web”!
